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Un borgo di commercianti, contadini e cavatori

Nei secoli successivi la storia di Bussoleno non dovette subire eccessive scosse, compatibilmente con il fatto di trovarsi al centro di una valle di transito dalla vita abbastanza turbolenta. La popolazione era sempre dedita alle attività tradizionali: l'agricoltura, le cave di pietra, ma soprattutto il commercio. Nel 1698 il duca di Savoia concede di tenere un mercato pubblico settimanale nella giornata del venerdì, oltre alla già citata fiera di San Luca. Nel 1846 il re Carlo Alberto conferma questo diritto, trasferendo però al lunedì il giorno di mercato (consuetudine in corso ancora oggi), e concedendo di tenere una seconda fiera, detta di primavera, nel secondo lunedì di maggio.
Nel volgere di qualche decennio le fiere diventeranno ben cinque: la fiera di Sant'Antonio o delle lumache il 17 gennaio, la fiera dell'Annunziata o dei capretti l'ultimo lunedì di marzo, la fiera di primavera il secondo lunedì di maggio, la fiera di San Luca o d'autunno il terzo lunedì di ottobre e la fiera di Sant'Andrea o d'inverno il 30 novembre. Ancor'oggi le fiere ed il mercato di Bussoleno sono i più importanti della bassa e media Valle di Susa.


Ma è l'agricoltura la principale attività a cui si dedicavano le numerose e popolate borgate sui due versanti della valle. Tra le principali voci di entrata nei bilanci del comune c'erano i diritti sul taglio dei boschi e l'affitto dei pascoli. Gli alpeggi di Balmafol sull'indritto e di Balmetta, Acciano e Balmerotto sull'inverso sono citati nei documenti dell'archivio comunale a partire almeno dal Seicento. La restante produzione agricolo riguarda vari tipi di cereali (frumento, segale, avena, granoturco, orzo, patate, latte e formaggi, uva (con un notevole incremento nella seconda metà del secolo scorso a causa della forte richiesta dal mercato francese a seguito delle devastazioni provocate dalla filossera) e infine le castagne. Anche quest'ultima coltivazione subisce un grande impulso nel secolo scorso, a causa di un forte aumento della domanda sul mercato sia interno che estero. In seguito a ciò sorgono a Bussoleno alcune ditte, una delle quali attiva ancor oggi, dedite prevalentemente alla compravendita e alla lavorazione delle castagne. I pregiati marroni valsusini raggiungono così, oltre all'Italia, la Francia, la Svizzera, il Belgio, la Germania e addirittura gli Stati Uniti.


L'attività estrattiva della pietra è antichissima: abbiamo già detto delle cave di marmo di Foresto già attive in epoca romana, con cui vennero costruiti i principali edifici della vicina Segugio (Susa), tra i quali l'Arco di Augusto, l'anfiteatro e parte delel cosiddette Terme Graziane. E' pure costruito con marmo di Foresto il rinascimentale duomo di Torino del XV secolo (anche se nel caso specifico pare che il materiale provenisse dalla vicina Chianocco). Nel 1724 iniziò poi lo sfruttamento di una cava di marmo "verde antico" sopra la borgata Falcimagna, che sarà molto utilizzato, ad esempio, nelle decorazioni interne della Basilica della Consolata a Torino,. In una statistica piemontese del 1826 sono elencati i ventitrè tipi di marmo della regione, tra cui il "verde antico di Susa", quello estratto a Falcimagna e il "bianco di Foresto". L'attività estrattiva del marmo declina però progressivamente e a cavallo tra Ottocento e Novecento sono in attività soltanto una quindicina di cave di pietra, prevalentemente sull'inverso e destinate alla produzione di materiale da costruzione: è dalla cava di San Basilio che proviene la pietra utilizzata per il nuovo ponte sul Po a Torino, costruito all'inizio di questo secolo e intitolato al re Umberto I. La mano d'opera è costituita da scalpellini che spesso si dividono tra l'attività agricola e quella nelle cave. Con il declino di queste, molti saranno costretti all'emigrazione e metteranno a frutto il mestiere appreso sulle montagne di casa, trovando occupazione in alcuni grandi cantieri, come quello della ferrovia Cuneo-Nizza. Oggi l'attività estrattiva è pressoché scomparsa, ed è ancora aperta una sola cava.


Delle tradizioni più antiche, riferibili all'epoca pre-industriale, oggi non ne viene più praticata alcuna. E' rimasto però abbastanza vivo il ricordo del gioco del Barro: era questa una gara singolare, non più disputata da oltre un secolo, che i consiglieri comunali giocavano il pomeriggio di Pasqua divisi in due squadre in un prato chiamato Barro, da cui il nome del gioco. Consisteva nello scagliare contro un bersaglio dei grossi fusti di legno dalla punta ferrata e la sua origine veniva attribuita ad un episodio leggendario, secondo il quale una coraggiosa giovane di Bussoleno con un fuso aveva colpito a morte il malvagio feudatario che la insidiava. Alcuni dei fusi utilizzati nel gioco sono ancora conservati nell'archivio comunale.





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